Il Principio dello Sviluppo Sostenibile

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Secondo la definizione tradizionale, lo sviluppo è “sostenibile” quando risponde alle esigenze del presente senza compromettere quelle delle generazioni future: il rispetto del principio impone che la crescita attuale non possa mettere in pericolo le possibilità di fruizione di risorse naturali e di crescita delle generazioni future.

Tale principio detta linee guida alla politica: impone che le tre componenti di riferimento (ambientale, sociale ed economica) traccino i confini entro i quali gli Organi di Governo debbano svolgere la propria azione. Ovviamente, appare opportuno, in questa sede, soffermarsi sulle questioni legate all’ambiente, consapevoli dei 17 obiettivi fissati dall’Agenda ONU 2030, il cui caratteristico schema delle 5 P (Pace, Persona, Prosperità, Partnership e Pianeta) particolare attenzione pone sull’impatto sociale dell’economia.

La nuova etica dello sviluppo sostenibile, già presente nel Trattato di Maastricht (1992) ed amplificata nel Trattato di Amsterdam (1997), trova un suo fondamento nella necessità di una nuova cultura d’ambiente, come nuovo stile di vita ed equità, che garantisca alle generazioni future le stesse opportunità assicurate a quelle presenti.

La “ristrutturazione” ecologica dell’economia richiede un cambiamento degli schemi: si rendono necessari una produzione ambientalmente responsabile ed un consumo ambientalmente consapevole.

Il presupposto principale per uno sviluppo sostenibile è che si difenda la biodiversità, intesa anche come diversità e specificità culturale della specie umana, e che l’economia e le altre attività materiali vengano adattate alle risorse globali disponibili ed alla portata massima della natura.

Il principio dello sviluppo sostenibile rappresenta un tipico caso di “soft law”, ovvero di un principio giuridico che nasce in dichiarazioni internazionali non produttive di precisi obblighi e diritti, tendendo, tuttavia, ad occupare spazi -in particolare interpretativi- in precedenza lasciati alla discrezionalità degli Stati per poi penetrare nelle recenti Carte Costituzionali e nelle varie legislazioni nazionali.

Dopo la Conferenza di Stoccolma (1972), è la Conferenza di Rio de Janeiro (1992) ad aver rappresentato la pietra miliare in materia, introducendo lo sviluppo sostenibile fin dal primo Principio della Dichiarazione e gettando le basi per tutti i successivi e più importanti Accordi Internazionali in materia.

Sull’onda di tali atti, i principi base della gestione ambientale sono stati gradualmente inseriti non solo nelle Costituzioni nazionali dei Paesi Occidentali, ma anche in quelle dei Paesi in Via di Sviluppo.

Fatta, pertanto, una rapida introduzione dell’argomento, l’aspetto più interessante, a parere di chi scrive, non è tanto il riportare la cronologia delle Conferenze o dei precedenti giurisprudenziali, che, in fondo, sono nient’altro che una evoluzione naturale di “Rio 1992”, quanto analizzare il modello proposto dal principio, che rappresenta una svolta storica, per i motivi che si andranno ad esporre in maniera sintetica.

È necessario partire dalla storia: la nascita del principio, infatti, non è una intuizione, ma una risposta.

In rapida successione, la rivoluzione industriale introduce, nella vita dell’essere umano, il “crack” dei combustibili fossili: l’utilizzo sempre più intenso delle macchine fa impennare il fabbisogno energetico; le curve del fabbisogno energetico e del benessere camminano pressoché in parallelo, ma ad esse si affianca con puntualità quella dell’inquinamento (in particolare, quello atmosferico).

La prima risposta agli inquinamenti è quella del modello giustizialista: nasce, dunque, il principio “Chi inquina paga”, che impone il risarcimento del danno.

Quando ci si accorgerà che non sempre è possibile porre rimedio, la società e la politica si affideranno alla Scienza: nasce, dunque, il principio di prevenzione.

Non sempre la Comunità Scientifica è in grado di fornire risposte (o non sempre, quando le fornisce, esse vengono accettate dalla Cittadinanza): nasce, dunque, il principio di precauzione, che rappresenta il più alto punto di conflitto tra le esigenze (a volte, le credenze) socio-ambientali e l’economia. Il principio di precauzione legittima (ma anche no) divieti a fronte di una mancanza di certezza scientifica che, di fatto, in molti casi non è esigibile: si arriva, dunque, ad adottare provvedimenti privi di razionalità (cfr. ordinanze di Sindaci che vietano l’installazione di ripetitori 5G) ed alla imposizione di un modello di “decrescita felice” che, in una fase storica particolare in cui il catastrofismo prende il sopravvento, raccoglie sempre più seguaci.

Tali modelli vengono, in particolare a partire dagli anni Novanta, superati dalla “positivizzazione” del principio dello sviluppo sostenibile, che riconcilia l’Uomo con la Natura: non è necessario condannare per direttissima l’economia alle più atroci pene, non è indispensabile conservare tutto in una campana di vetro, ma è essenziale porre i giusti limiti per consentire la convivenza tra essere umano, flora, fauna ed elementi naturali, consentendo una crescita economica (che va di pari passo con l’aumento del fabbisogno energetico) nei limiti del rispetto sacro dell’ecosistema.

Lo sviluppo sostenibile, in definitiva, sostituisce la vecchia visione biocentrista con un nuovo “antropocentrismo con limitazioni” che rappresenta un nuovo Rinascimento.

In tale ottica andrebbero intesi anche gli accordi sul cambiamento climatico ed impostati i nuovi programmi del “Green New Deal” e della transizione ecologica: da un lato, restituire alle generazioni future un mondo più indebitato, meno sviluppato e con minor benessere non rispetta di certo il nostro principio; dall’altro lato, non si può neanche far finta che i Paesi in Via di Sviluppo possano veder crescere le loro economie grazie alle pale eoliche, pertanto, se non si troveranno alternative reali agli idrocarburi o tecnologie in grado di bloccarne i flussi inquinanti, è indispensabile mettere in conto un aumento delle emissioni di gas nocivi in atmosfera, con un conseguente aumento delle malattie tumorali, quando si registrerà una industrializzazione diffusa anche in continenti come l’Africa (e tale non è una semplice ipotesi, ma una rilettura di quanto accaduto nei decenni appena trascorsi in Asia).

La soluzione, a parere di chi scrive, risiede dunque nella capacità di indirizzare fondi adeguati (con un inevitabile debito anch’esso sostenibile) verso la ricerca di nuove tecnologie che possano ridurre l’impatto dell’attività dell’uomo, senza inseguire falsi miti né pensare che il tutto si possa risolvere imponendo una riduzione del PIL (e del benessere).

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