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Licenziamento: 60 giorni per impugnare e cosa fare subito

A cura di

Studio Liguori & Fimiani

Approfondimenti redazionali su questioni giuridiche e medico-legali. I contenuti non attribuiti personalmente a un professionista restano firmati dallo Studio.


Profili professionali

Avv. Alfonso Maria Fimiani →
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La lettera di licenziamento apre una fase nella quale il tempo conta molto. Prima di discutere se il recesso sia legittimo, occorre verificare quando è stato comunicato, quali motivi contiene e quali termini devono essere rispettati. Attendere per “capire meglio” può compromettere la possibilità stessa di contestare l’atto.

Il primo termine: 60 giorni

L’art. 6 della legge n. 604/1966 prevede che il licenziamento sia impugnato, a pena di decadenza, entro sessanta giorni dalla ricezione della comunicazione scritta, o dalla comunicazione scritta dei motivi quando non siano contestuali. L’impugnazione può avvenire con qualsiasi atto scritto idoneo a rendere nota la volontà del lavoratore di contestare il licenziamento.

Il calcolo non dovrebbe essere affidato a memoria o approssimazioni. È necessario conservare la lettera, la busta, la PEC o ogni altro elemento che consenta di individuare con precisione la data di ricezione.

Dopo l’impugnazione: il termine di 180 giorni

L’impugnazione stragiudiziale non chiude il problema. La stessa norma stabilisce che essa diventa inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di centottanta giorni, dal deposito del ricorso davanti al tribunale in funzione di giudice del lavoro oppure dalla comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato. In caso di rifiuto o mancato accordo, la norma prevede poi un ulteriore termine per il deposito del ricorso.

Per questo l’impugnazione non dovrebbe essere trattata come un atto “conservativo” da inviare e poi dimenticare. Serve una strategia che tenga insieme termini, prova e obiettivo concreto della tutela.

Cosa controllare nella lettera di licenziamento

La valutazione dipende dalla ragione indicata dal datore di lavoro e dalla storia del rapporto. Possono assumere rilievo la motivazione del recesso, eventuali contestazioni disciplinari, precedenti comunicazioni, assetti organizzativi, soppressione della posizione, condotte attribuite al lavoratore e rispetto delle procedure previste dalla legge o dal contratto collettivo applicabile.

Non basta quindi leggere soltanto l’ultima lettera. Spesso il significato del licenziamento emerge dalla sequenza degli eventi che lo hanno preceduto.

I documenti da raccogliere subito

Per un primo inquadramento sono normalmente utili contratto di assunzione, lettera di licenziamento, ultime buste paga, eventuali contestazioni e giustificazioni disciplinari, comunicazioni aziendali, variazioni di mansioni, accordi, certificazioni e una cronologia sintetica dei fatti. Se il problema riguarda riorganizzazioni o soppressione del posto, possono essere rilevanti anche comunicazioni interne e dati che descrivano l’effettivo assetto aziendale.

Impugnare non significa necessariamente iniziare subito una causa

L’impugnazione tutela il termine; la scelta successiva richiede invece una valutazione più ampia. Occorre comprendere quale risultato sia realisticamente perseguibile, quali elementi possano essere provati e se esista spazio per una soluzione negoziale. La convenienza di una causa non coincide automaticamente con la presenza di una criticità nel licenziamento.

Approfondimento collegato: se il problema riguarda mansioni, inquadramento o trattamento economico, leggi Demansionamento e differenze retributive: cosa bisogna provare.


Fonte normativa

Art. 6, legge 15 luglio 1966, n. 604 – Normattiva

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Approfondimento editoriale a cura di Studio Liguori & Fimiani. Profilo dell’Avv. Alfonso Maria Fimiani →

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